13/06/2008 10:52
Con l´unico sindacato femminile del mondo, Sewa, un milione di iscritte, ha lavorato all´alfabetizzazione, al microcredito nei villaggi
di ADRIANO SOFRI
Vi racconto una bella storia, così come l´ho capita. Insegna cose preziose, agli uomini, e specialmente alle donne. O viceversa.
Riguarda Roma, l´India, il cambiamento di vita. La protagonista è
Mariella Gramaglia. Un paio di anni fa era assessore nel Comune di
Roma. Il Comune di Roma aveva il vento in poppa, e Mariella in
particolare. Aveva una bella famiglia, un ricco curriculum: il ‘68, il
femminismo, la collaborazione a giornali importanti e a Radio 3, la
direzione di Noi donne - la prima di una donna non cresciuta alla
scuola di partito - una legislatura da parlamentare... Fu a quel punto
che a Mariella sembrò di dover cambiare vita. «Lentamente le parole
hanno cominciato a morirmi in gola e le energie nelle mani. Vedevo il
mio futuro conficcato in un notabilato che mi appariva torbido e privo
di sorprese, come se la mia vita fosse già tutta scritta». Così se ne
andò, dove si va a cambiare vita, in India. La sua non è stata l´India
di un ashram o di un guru. Ci è andata per la Cgil e un suo progetto di
cooperazione. Era in India da qualche mese, quando un visitatore le
portò il libro che faceva furore in Italia: si intitolava La casta...
Mise
casa nel Gujarat, dov´è nato l´unico sindacato di donne del mondo, un
milione di iscritte, si chiama Sewa. Mariella ha lavorato
all´alfabetizzazione, alla ricostruzione della costa devastata dallo
tsunami, al microcredito alle donne dei villaggi.
Metà della
popolazione femminile indiana è ancora analfabeta. «Un lavoro
collettivo immenso... Ma io coltivo anche il mio giardino. Lascio che
le indiane e gli indiani mi cambino... Per guardare meglio il mio paese
domani». Dal suo sguardo di donna italiana sull´India - e di indiana
sull´Italia - è nato un bellissimo libro appena uscito da Donzelli col
titolo: Indiana, e il sottotitolo «Nel cuore della democrazia più
complicata del mondo» (pagg. 216, euro 16). Il cuore, qui, non vuol
dire genericamente «in mezzo a», vuol dire davvero il cuore, e il cuore
indiano che Mariella ausculta è femminile.
Immagine tradizionale,
«Mother India». Qualche studioso ha descritto la dominazione coloniale
come un rapporto fra il virile inglese e il femmineo bengalese... Ma
l´India ha il suo maschilismo ostinato e a volte feroce. Del resto
l´anima dell´India sta nella moltitudine di anime. Lo sguardo delle
donne distanzia Mariella dalla soggezione ai record del Pil come dal
profetismo furente cui cede Arundhati Roy, dopo le piccole cose.
Sewa
nacque dalle lotte delle sigaraie contro i mediatori del tabacco, delle
cucitrici di coperte dagli stracci, delle venditrici di frutta contro
le estorsioni della polizia di Ahmedabad, la città in cui Gandhi fondò
il suo ashram. L´aura gandhiana avvolge ancora l´azione di Sewa, con la
lezione del «negoziato fraterno», della lealtà nei confronti
dell´avversario.
Sewa cresce, nello scorcio del secolo passato,
mentre viene meno l´occupazione maschile, tessile soprattutto. Una
banca di Sewa cura il risparmio e il credito alle donne povere. Si
batte contro gli usurai, che profittano di tradizioni spesso rovinose,
come l´obbligo della festa di nozze e della dote alle figlie. Prende a
cuore la sorte delle madri incinte e delle vedove. «Ancora oggi le
eredi della grande Indira si accoccolano intorno al desco solo quando
gli uomini hanno finito e mangiano quello che è rimasto, se è rimasto».
Contrasta i conflitti intercomunitari e intercastali, che infiammano e
insanguinano l´India. Sewa ebbe una grande leader, Ela Bhatt. Quando
gli studenti di medicina delle caste alte, nel 1981, si ribellano
all´ammissione di una quota fissa di dalit, i cosiddetti intoccabili,
alla facoltà, facendo decine di morti, Ela Bhatt va ad affrontarli coi
loro baroni: «Vedo le donne morire di parto perché nei villaggi si
taglia il cordone ombelicale con un coltello sporco e arrugginito, e
voi pensate ai vostri posti».
Nel 1987, in un villaggio del
Rajasthan una vedova di diciotto anni, Roop Kandar, si lasciò bruciare
sulla pira dopo la morte del marito. Una enorme manifestazione di donne
venute da ogni angolo dell´India smascherò la pressione perversa dei
fratelli e il mercato attorno al culto della ragazza. Portare con sé
nella morte la propria donna è difficile da immaginare per noi, salvo
che pensiamo ai femminicidi di mariti e amanti e pretendenti: e non
moriamo nemmeno. E´ grazie a Sewa che oggi le donne dei villaggi
imparano ad avere un nome e usarlo, e non dire di sé solo «sono la
madre di Sanjai» o «la moglie di Arun». Le mie amiche di Sewa - dice
Mariella. Spesso giovani, sottili. Eppure le sembrano sorelle maggiori.
Perché vengono da più lontano, sono più capaci di una benevolenza
reciproca. «Il loro pudico silenzio intorno al discorso sessuale, punto
fondante e quasi ossessivo della disciplina gandhiana, anche se non è
in nessun modo condivisibile dalla nostra cultura, appare a me un
riposo dall´insolente narcisismo e dal patetico mito dell´eterna
giovinezza che si respira nei nostri paesi».
Nel 1994 Ela Bhatt si
dimise. Era una leader internazionale, era stata parlamentare e autrice
di una grande inchiesta sulla condizione femminile, «e si è allontanata
dalla presidenza di Sewa con grazia e semplicità, alla ricerca di
qualcosa di più profondo». Ha scritto un libro importante: «Siamo
povere, ma tante». La conversazione fra l´italiana e l´indiana è bella
come una visita di Maria a Elisabetta. Dice Ela: «Gli uomini non sanno
mettere la testa sulla spalla di nessuno: quando sono disperati sanno
solo bere ed esibire il loro potere in famiglia». Spiega che nella
banca di Sewa si intestano conti solo alle donne: un conto corrente
tutto per sé. Nel suo distacco spontaneo dal potere Mariella si
specchia. Quando Ela ebbe raccolto il capitale necessario a fondare la
banca di Sewa, ebbe bisogno di quindici firme di socie fondatrici che
ne prendessero la responsabilità giuridica. Fece venire a casa sua
quattordici donne analfabete e, dall´alba fino a sera, insegnò loro a
scrivere il proprio nome.
Era il 19 marzo 1974.
In un villaggio
millenario, Mariella è ospite della anziana levatrice. Il governo
nazionale non finanzia più i corsi per le levatrici, con l´astratta
motivazione che è più moderno e sicuro ricoverare le partorienti in
ospedale: solo che le contadine di villaggio non ci arrivano. Sewa
investe sulla saggezza antica delle levatrici, e sulla loro formazione
nella contraccezione, la prevenzione dell´aids, l´alimentazione.
L´India è il paese in cui nascono poche bambine, in un mondo che sarà
salvato, se lo sarà, dalle bambine. Cento milioni di bambine mancate in
un decennio. Non è il governo, spiega Mariella, a fomentare la falcidie
delle bambine, ma il pregiudizio delle famiglie, e di quelle medio-alte
in particolare. Una legge del 1994 punisce, per la predeterminazione
del sesso, medici e genitori fino a cinque anni di carcere. In realtà,
perseguire il reato è difficilissimo. Le «quote» femminili sono in
vigore, dai consigli di villaggio fino al parlamento nazionale, e hanno
una qualche efficacia. Ma la resistenza maschilista produce un vero
martirologio. «Shyama Tomar, picchiata ed esposta nuda nella piazza di
Bagli Nadar perché aveva perseguito la sottrazione illegale d´acqua dai
depositi collettivi del villaggio. Mathurabai, frustata e spogliata in
pubblico perché aveva denunciato il precedente presidente del consiglio
locale, che le estorceva denaro e le impediva di esercitare il suo
mandato. Guddibai, violentata dai suoi avversari per vendicarsi delle
elezioni perse. Mumtaz, stuprata e torturata da venti uomini dopo che
aveva vinto le elezioni...». L´elenco continua. «E´ questa frontiera
estrema, a rischio di morte, che si valica in India quando si parla di
quote di donne in politica».
Mariella è appena tornata: ragioni di salute, di famiglia. Ci ha portato un bel regalo.