Riceviamo e pubblichiamo - 04 gen 2007
Comune di Pitigliano
PITIGLIANO 1799 Rinvenuta la terza filza del Processo della Rivoluzione
di Davide Mano*
Il felice capitolo degli atti del "Processo della Rivoluzione" di Pitigliano riporta al centro dell'interesse degli storici le complesse vicende del periodo rivoluzionario in Toscana. La documentazione processuale sui moti del 1799 a Pitigliano, alla quale Roberto G. Salvadori ha dedicato alcuni tra i suoi più importanti studi, si arricchisce oggi di un nuovo inaspettato tassello: un terzo registro manoscritto contenente dettagli finora sconosciuti sull'esito del processo alla "rivoluzione". Il ritrovamento della filza, reso possibile grazie ai lavori di riordino dell'Archivio comunale di Pitigliano (sotto la direzione di Elisabetta Insabato, Soprintendenza Archistica della Toscana), riveste grande importanza per la città, come anche per la ricerca storica sul periodo rivoluzionario italiano. I nuovi reperti archivistici faranno da base per il lavoro di ricerca del qui scrivente, presso il Dipartimento di Studi storici della Tel Aviv University (Israele).
La filza ritrovata costituisce infatti il registro più completo e rappresentativo finora a nostra disposizione sui fatti del 1799: si presenta nella forma di una copia-repertorio di verbali di deposizioni e indagini indiziarie, inviata per conoscenza alle autorità di Pitigliano dal tribunale giudicante di Siena. Gli ultimi fascicoli della filza, risalenti all'estate 1803, ci informano sulla durata del processo, che fu di quasi quattro anni, dal settembre 1799 all'agosto 1803.
A Pitigliano si verificò il primo caso nella storia italiana in cui una sollevazione popolare ebbe come scopo quello di prevenire un'aggressione antigiudaica. Il popolo pitiglianese si mostrò straordinariamente unito in difesa dei suoi concittadini ebrei in ben due occasioni. La prima, il 28 giugno 1799, durante i moti anti-giacobini scatenati dal "Viva Maria", vide l'intervento della guardia cittadina che, allertata dai notabili locali, bloccò in nascere il sacco della parte ebraica della città. Nella seconda, occorsa il 7 luglio 1799, una folla inferocita (tra cui anche dei preti) prese le difese degli ebrei e vanificò le nuove insidie portate in paese da un gruppo di dragoni orvietani inneggianti al "Viva Maria" aretino. Nel corso della notte, il popolo si vendicò dei soprusi e delle offese arrecate al rabbino e ai sarti del quartiere ebraico, ammazzando in Piazza della Fontana (oggi Piazza della Repubblica) quattro degli otto dragoni. I quattro mercenari del "Viva Maria" furono giustiziati pubblicamente come veri e propri cospiratori "giacobini" e "forestieri". Di queste morti il paese dovette rispondere davanti alle autorità giudiziarie, e più tardi di fronte al Tribunale Penale di Siena.
A causa dei capovolgimenti politici che sconvolsero la Toscana tra fine Settecento e inizi Ottocento, il verdetto subì continui rinvii. Nell'estate 1803, finalmente il tribunale diede annuncio dell'imminente rilascio di una "speciale grazia" a favore dei nove imputati, tutti pitiglianesi, tranne un lavoratore stagionale svizzero.
La terza filza, nei suoi ultimi fascicoli, riferisce inoltre di un discusso appello sottoscritto dagli imputati, con il quale essi richiedevano un rimborso in denaro a compensazione delle perdite subite nel corso del prolungato fermo carcerario. Particolarmente prezioso è un carteggio tenuto nell'estate del 1803 tra i maggiorenti pitiglianesi e l'autorità giudiziaria, dal quale si ricavano ulteriori notizie e commenti a caldo sulla sentenza.
Il "Processo della Rivoluzione" ci fornisce dettagli inediti sul tessuto sociale che animava la cittadina: più di sessanta pitiglianesi (donne e uomini, contadini e borghesi, ebrei e cristiani) furono interrogati nel corso della fase investigativa, tra settembre 1799 e giugno 1800. Una parte rappresentativa del paese comparve a giudizio e fu posta in stato di fermo per giorni o addirittura mesi; nuovi traumi e paure investirono la contea. L'alleanza instauratasi tra cristiani ed ebrei dovette rivelarsi di cruciale importanza in sede processuale, tanto da diventare un'efficace mossa di copertura di fronte alle accuse sollevate. Lo speciale accordo che legava cristiani ed ebrei di Pitigliano dovette a quanto pare facilitare il rilascio dei prigionieri, spingendo il giudice ad optare per un verdetto mitigatore. Si arrivò così a una risoluzione rappacificante e a un'interpretazione dei fatti vicina al sentimento comune dei cittadini pitiglianesi.
A prevalere su tutto fu la necessità di una sentenza benevola, che incoraggiasse il paese a risollevarsi dalla profonda crisi, istituzionale ed economica, che lo aveva travolto negli ultimi decenni del Settecento, sull'onda dei cambiamenti epocali inaugurati dal riformismo illuminato di Pietro Leopoldo.
** Davide Mano è ricercatore presso la Tel Aviv University, con un progetto di Dottorato incentrato sullo studio dei documenti del "Processo della Rivoluzione" di Pitigliano.