Morì sul fronte bellunese nel 1915, a 24 anni, come tanti
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Fonte:  IL TIRRENO

27 giugno 2015

Rubrica: Cultura


La storia di Settimio martire silenzioso della Grande Guerra


Morì sul fronte bellunese nel 1915, a 24 anni, come tanti
Un secolo dopo una lettera riemerge e lo libera dall’oblio

Una ferita mai chiusa, una vicenda che ha avvelenato l’esistenza di tutta la mia famiglia. Nessuno ne parlava, poi ho trovato quel documento...

di Gabriele Baldanzi w ROCCATEDERIGHI Marco, che ha quasi 60 anni, di Settimio (classe 1891) aveva sentito parlare qualche volta in famiglia. Morto al fronte durante la Grande Guerra. «Una ferita mai chiusa, una storia che ha avvelenato l’esistenza di nonno Antonio, dei fratelli Martino e Camillo. Ecco perché si è sempre preferito ricordarlo in silenzio...». Marco racconta con emozione, col trasporto che può metterci solo chi discende da quel sangue. «Un giorno, più o meno un anno fa, ripulendo una vecchia abitazione di famiglia, a Tatti, spuntò fuori una lettera, diversa dagli altri documenti. Mi misi a leggerla. Era scritta e firmata dal comandante del 3º Reggimento Bersaglieri Cantù, indirizzata ad Antonio Cellesi, il mio bisnonno, e raccontava il ferimento e la morte del figlio, cioè mio zio, avvenuto tra il 18 e il 27 giugno 1915. Immaginai lo stato d’animo dei miei familiari in quelle giornate, mi ricordai di qualche frammento di racconto ascoltato da piccolo. Mi venne da piangere. Poi decisi che quella storia era opportuno farla conoscere». E stasera, a cento anni esatti dalla scomparsa di Settimio, il suo paese _ Roccatederighi _ lo ricorderà insieme agli altri 41 ragazzi morti durante il conflitto del 15-18. Partendo da questa lettera e da altri documenti conservati nelle case del paese, ma anche negli archivi militari oppure trovati in rete, lo studioso Riccardo Baldanzi ha avviato una dettagliatissima ricerca storica, che nel 2018 _ anno scelto non a caso _– diventerà un libro, un volume di memorie sul tributo di sangue offerto dal paesino di Roccatederighi. Morti che rendono l’idea di come il conflitto abbia coinvolto e condizionato la vita anche delle comunità più periferiche e lontane dai campi di battaglia. Settimio Cellesi cadde senza più rialzarsi il 18 giugno del 1915, alle due del mattino durante l’ascesa del San Pellegrino, con la neve che ai bersaglieri assaltatori del Cantù gli arrivava al ginocchio. Non era passato neppure un mese dal 23 maggio, giorno della dichiarazione di guerra italiana all’Austria-Ungheria. Era arrivato sul “fronte italiano”, in Trentino, per difendere il confine nord orientale dell’Italia, in uno dei mille settori che iniziavano dalla frontiera con la Svizzera e raggiungevano le rive settentrionali del Golfo di Venezia, passando attraverso le Alpi. Settimio aveva svolto il servizio militare a vent’anni, nei bersaglieri, e dopo sette mesi _ nel luglio del 1912 _ l’avevano imbarcato su una nave diretta a Sud, per combattere nella guerra in Tripolitania e Cirenaica (l’attuale Libia). Quattordici mesi di raid nel deserto, dove rimase anche ferito e decorato con medaglia di bronzo al valor militare. Era socialista il Cellesi. E contro la guerra. Eppure non si tirò mai indietro di fronte all’obbligo di leva. Il giornalista Pietro Ravagli, in alcuni articoli dell’epoca, utilizza proprio il suo esempio per polemizzare con il fronte interventista locale, i cui rappresentanti venivano additati dallo stesso Ravagli «come abili a far la guerra al caffè», mentre i socialisti, pur contro la guerra, non si erano mai mostrati vili e una volta chiamati dalla patria non si erano sottratti al dovere. A fine aprile del 1915 i bersaglieri del 3º Reggimento partirono da Livorno destinati al Cadore. Settimio ormai apparteneva a un reparto scelto, per il quale la mobilitazione e l'invio al confine scattò immediata, non appena venne firmato il Patto di Londra. Dopo aver vissuto oltre un anno e mezzo di guerra nel deserto, con una breve parentesi in paese, si ritrovò scaraventato tra i ghiacci delle montagne. Dalle sue lettere, anch’esse riportate alla luce di recente dai discendenti della fidanzata dell’epoca, emerge tutto il disagio nell’affrontare una realtà molto diversa da quella vissuta in gioventù sulle dolci colline della Maremma, «dove a maggio i prati sono verdi e fioriti e non certo coperti da due metri di neve». Fu ferito, come detto, in un attacco a quota 2.500 metri, sopra il Passo San Pellegrino, dove oggi sono state ricavate delle piste da sci. Ci lasciò la pelle. A soli 24 anni si spense in un ospedaletto da campo allestito nel fondovalle agordino, dopo una decina di giorni di agonia. I familiari ricevettero la ferale notizia attraverso la lettera che pubblichiamo qui sopra, ritrovata a Tatti un anno fa. Dal pronipote Marco. Andò peggio alla fidanzata Egle _ anche lei di Roccatederighi _ a cui la notizia era stata sottaciuta. Il 20 giugno Egle inviò una foto-cartolina indirizzata al suo Settimio, alla Compagnia, a Belluno. Tornò indietro a metà luglio con l’inesorabile dicitura “deceduto”. Gli mandava “sinceri saluti”, augurandogli tante cose “tua ora e sempre”. Uno strazio. Settimio Cellesi, cento anni dopo, torna a vivere nel suo paese. Una mano invisibile _ attraverso pezzi di carta ingiallita, per un secolo affogati nella polvere _ lo ha eletto a simbolo di quella sfortunata generazione. Per caso, per una doppia coincidenza, lettere e memorie che lo riguardano sono finite nelle mani giuste. La lunga ricerca di Riccardo Baldanzi, come detto, è un contributo local che introduce alla storia, quella ufficiale, dei libri, dove umanità e verità rischiano di sfumare. «C’è Settimio ma non solo _ aggiunge l’autore _ con lui tra il 1915 e il 1918 morirono altri 41 giovani soldati del paesino di Roccatederighi. Siamo in Alta Maremma. L’idea è quella di rinfrescarci la memoria, andare oltre le lapidi. Ho provato a farlo attraverso missive, cronache, fogli matricolari, atti, ma soprattutto i ricordi di quelle vicende, trasmessi dai sopravvissuti alla prole e ai nipoti».


 
 

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