
Convento e chiesa di San Francesco di Grosseto
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Il convento e la chiesa di San Francesco si trovano nel centro
storico della città, a poca distanza dal Museo Archeologico
e d'Arte Sacra, dal convento di Santa Chiara e dall'abside della
chiesa romanica di San Pietro, situata in Corso Carducci. |
Una carta del 1233, proveniente dall'archivio dell'abbazia amiatina di S.Salvatore, riferisce che in quell'anno
in Grosseto già esisteva la «contrada loci fratrum minorum». L'Ordine avrebbe, dunque,
ben presto un suo convento nella città maremmana, ed addirittura forse fin da prima della morte di S.Francesco
secondo il Padre Luca Wadingo, annalista dei Frati Minori del XVIII secolo, che accoglie una tradizione secondo
la quale i francescani, poco dopo il 1220, avrebbero occupato gli edifici abbandonati di un monastero benedettino
dedicato a S.Fortunato. Secondo la tradizione, fin dai primi tempi della presenza dell'Ordine in Grosseto i frati
fondarono un ricovero per gli infermi, che dal nome dei fondatore fu chiamato "Ospedale di fra Roncone".
È probabile sia frate del convento quell'Andrea da Grosseto che nel 1268 volgarizzava in Parigi i Trattati
morali di Albertano da Brescia, esempio illustre della primitiva prosa italiana. Forse appartenevano al monastero
di S.Fortunato i ritrovamenti che l'Anichini (Storia ecclesiastica della Diocesi di Grosseto, I, ms. 1751,
cc.170-171) riferisce effettuati in occasione di lavori di ristrutturazione del convento. Nel 1704 probabili indicazioni
sull'area occupata dall'antica chiesa dei monaci: vennero ritrovate una nicchia nel muro di una stanza diruta,
situata immediatamente a sinistra entrando nel chiostro, ove era collocata un'antica
statua di legno raffigurante un santo monaco e, sotto le macerie, una mensa da altare di pietra rotta in più
pezzi ed una sepoltura ripiena di terra e sassi; nel 1724, in occasione della riparazione del tetto di una stanza
della parte del convento più vicina alle Mura Medicee, venne alla luce un cenacolo dipinto rozzamente, che
fu ritenuto appartenere al refettorio dei benedettini. Il convento francescano sarebbe, dunque, edificato utilizzando
anche strutture più antiche, formando un angolo retto con la chiesa di S.Francesco che avrebbe incorporato
quella benedettina, allorché fu costruita a partire dagli anni '80 del XIII secolo. Ciò grazie alle
numerose donazioni e lasciti testamentari ai 'Frati Minori', così di cittadini
grossetani come di personaggi assai importanti appartenenti alla nobiltà maremmana, come quelli del 1284
del conte aldobrandesco Ildebrandino il Rosso e del 1322 di Nello Pannocchieschi, forse il marito di Pia de' Tolomei.
La costruzione delle Mura Medicee a partire dalla fine del secolo XVI determinò la riduzione delle dimensioni
del convento, e conseguentemente la riorganizzazione dei suoi spazi. La particolare attenzione del comune di Grosseto
per il convento e la sua chiesa è attestata dagli Statuti cittadini e dalla documentazione archivistica,
dalla quale emerge come il comune intervenga a lungo per gli ornamenti, le riparazioni ed i restauri. Nel primo
dei due chiostri che aveva il convento erano portati per la sepoltura i defunti appartenenti
alla Confraternita di S.Gherardo, ospitata in due locali sottostanti il dormitorio, e ciò era causa di liti
fra i frati ed i parroci grossetani. Secondo questi il chiostro era di pertinenza della comunità, che ne
curava la manutenzione per l'approvvigionamento idrico ad uso pubblico, tanto da ottenere dal Magistrato dell'Ufficio
dei Fossi, nel 1776, il riconoscimento del diritto delle donne grossetane di accedervi per prendere acqua.
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| Archivio di Stato di Siena, Conventi 491. 'Cabreo di S.Francesco di Grosseto,
anno 1723'. Prospetto anteriore della chiesa di S. Francesco. Appare evidente come anticamente l'area antistante
il convento e la chiesa fosse un grande prato, la cui superficie comprendeva quella occupata dalle costruzioni
oggi esistenti nelle vie Andrea da Grosseto e Montebello. |
Il Vescovo Pecci emanò un apposito decreto nel 1771, per il quale fu innalzata una colonna davanti ai granai,
ad indicare il punto preciso dove dovessero giungere i parroci nei funerali. È agli inizi del secolo XVIII
che risale la costruzione di questi nuovi granai che occupavano l'area sulla quale è stato costruito, nel
1975, l'edificio della 'Fondazione Giuseppe Friuli'. Assieme agli altri interni più antichi, collocati nelle
pertinenza del convento, erano tutti chiamati col nome di un santo (S. Rosa, S.Antonio, Carmine, Concezione, S.
Giovanni, S. Francesco e S. Chiara), la cui effige in terra cotta era posta sopra le rispettive porte. Uno di questi
granai, quello di Santa Chiara, fu dato in affitto alla comunità come teatro, e nel 1805 servì da
alloggio per le truppe francesi di passaggio per Grosseto. Soppressi gli ordini monastici durante la dominazione
francese nel 1808, anche il convento grossetano dopo quasi sei secoli di vita veniva abbandonato, i suoi beni immobili
venduti all'asta ed i mobili in parte acquistati dal vescovo di quel tempo, Antonio Franci, altri venduti in piazza
dal ricevitore del Demanio. Per molti anni gli edifici del convento furono adibiti a vari usi civili; quattro vani
ubicati sopra la Cappella della Madonna furono utilizzati sino al 1921 come Corte d'Assise e nei nove anni seguenti
come Archivio Notarile. Durante tale affitto, però, si era dato inizio al restauro del complesso, finché
alla fine del 1930 il convento venne riconsegnato ai religiosi. Nel 1865 dopo che per circa otto anni aveva servito
da cattedrale, essendo San Lorenzo chiusa per restauro, la chiesa di S. Francesco veniva destinata dal comune ad
uso di magazzino, finché nel 1880 fu consegnata al Rettore dell'Opera della Cattedrale e il 9 giugno 1895
riaperta al culto. L'intervento più importante sull'edificio è stata l'aggiunta secentesca della
cappella dedicata a Sant'Antonio da Padova, e nel 1623 fu rifatto il campanile che,
rovinato nel 1917 da un fulmine, è stato ricostruito in stile. Coi radicali restauri di fine Ottocento,
intesi a restituire alla chiesa l'aspetto originario, furono rimossi gli altari in stucco addossati alle pareti
nel corso del XVIII secolo.
La chiesa
si presenta secondo i canoni che in Toscana regolano la maggior parte delle chiese degli ordini mendicanti. Come
il convento è realizzata in cotto, fatta eccezione per il basamento della
facciata, ed è costituita da una vasta aula coperta a legname, conclusa da una scarsella con
copertura a volta a crociera, affiancata da due edicole con arco trilobato. L'interno
è illuminato da otto finestroni, quattro su ogni parete laterale, dall'occhio della facciata e da un altro
finestrone aperto nella parete centrale della scarsella. Sulla parete destra, è un grande affresco raffigurante
Sant'Antonio abate in trono e su quella opposta è un San Cristoforo con il Bambino Gesù.
Le due opere, probabilmente di primo Quattrocento, dal gusto arcaizzante, furono riportate alla luce dalla
rimozione degli altari barocchi effettuata durante i restauri ottocenteschi della chiesa, assieme ad altri frammenti
di affreschi del Trecento e del Quattrocento senese. Fra questi uno di notevole qualità vicino la porta
d'ingresso alla cappella dell'Immacolata, raffigurante «una Madonna trecentesca non lontana dai modi di Niccolò
di Segna. A questo dipinto è stata sovrapposta, verso la fine dello stesso secolo, l'immagine di fattura
più popolaresca, di una Madonna in trono che allatta il Bambino affiancata da San Giacomo Apostolo.
Vicino a essi è una Santa in piedi, forse Caterina d'Alessandria, opera del XV secolo; altri affreschi da
notare sono i Santi Francesco d'Assisi e Bernardino da Siena, dei secoli XV-XVI, entro la nicchia a destra
del coro, e i due eleganti Angeli cinquecenteschi di scuola umbro-senese sopra il moderno fonte battesimale a sinistra
rispetto all'entrata» (B.SANTI [a cura di], Guida storico-artistica alla Maremma, Siena 1995, p.127).
Sopra l'altare maggiore di fattura moderna (1972), è una bellissima Croce,
un dipinto tardoduecentesco dall'attribuzione controversa, che certo rappresenta l'opera d'arte più importante
fra quelle conservate nella chiesa. A destra del coro è la cappella
dedicata a Sant'Antonio da Padova, con volta decorata da un ciclo di affreschi dedicato al Santo, eseguiti per
incarico della compagnia nel 1679-1683 da Francesco Nasini e dal figlio Antonio. Il San Francesco d'Assisi
in estasi sulla parete destra e l' Annunciazione conservata nella
sacrestia sono tele che non appartengono al patrimonio originario della chiesa: la prima, pregevole lavoro secentesco
di scuola reniana, è stato di recente donato dalla famiglia Petri Monetti; la seconda, firmata e datata
da Francesco Curradi nel 1615 proviene dal soppresso convento del Petreto di Scansano.
Referenze fotografiche
C.Bonazza: chiostro
A.Mazzolai: cappella di S.Antonio, croce, Annunciazione
Autorizzazioni.
Archivio di Stato di Firenze: n.5507/X.1/1999 su concessione del Ministero per i Beni e Attività
Culturali
Archivio di Stato di Siena: n.372/1999 su concessione del Ministero per i Beni e Attività Culturali |
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